Da tre o quattro anni, nel silenzio complice della stampa e delle televisioni di tutto il mondo, i coloni israeliani della Cisgiordania (Zona a Est di Israele, che gli accordi internazionali assegnano ai palestinesi) sradicano completamente le piante di ulivo presenti in quei territori, di proprietà di famiglie palestinesi, per togliere loro ogni forma di sostentamento e costringerle ad andarsene. I coloni sono aizzati da politici israeliani di estrema destra e protetti dall’esercito. Chi si oppone a questa pratica viene sistematicamente picchiato, arrestato o persino ucciso, come è già successo. In questo modo gli israeliani si stanno impadronendo di tutta la Cisgiordania, al cui interno si trovano Betlemme e la stessa Gerusalemme.

Nel 1974 Yasser Arafat, leader palestinese, si presentò all’ONU con in mano un ramoscello di ulivo e con una pistola scarica nella fondina, dicendo al mondo che i palestinesi volevano la pace ma che erano anche disposti a combattere, per avere una patria.

Ecco: la distruzione delle piante di ulivo suona come il tentativo di strappare dalle mani di Arafat quel ramoscello, costringendo così il popolo di Palestina ad avere a disposizione solo la pistola. Voglio dire che Nethanyahu e Trump hanno creato, a Gaza e in Cisgiordania, le condizioni perché quella regione non conosca mai più la pace. Non solo: il popolo di Gerusalemme, se Gesù fosse entrato oggi in città, non avrebbe potuto accoglierlo con rami di ulivo.

Ricordiamocene, in occasione della bella festa cristiana che celebriamo in questa giornata.

Luciano Arciuolo

 

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