C’è una frase che, stando a quanto si racconta, sarebbe stata pronunciata in un consiglio comunale di Bagnoli Irpino da un amministratore locale. Una frase che, vera o attribuita che sia, racchiude con sintesi disarmante lo spirito di una certa politica: «Pali c’erano prima e pali ci saranno». Che si tratti di una citazione autentica o di una leggenda municipale, poco cambia. Quella frase funziona come specchio, come sintomo, come confessione involontaria di una visione del governo locale ridotta alla sua forma più elementare:  la  continuità  come

unica ambizione, la permanenza come unico programma. I pali. Prima e dopo. Come se amministrare significasse soltanto non fare danni visibili.

È da qui che riprendo il ragionamento avviato nell’articolo precedente, dove mi chiedevo non se qualcuno si candiderà alle prossime amministrative del 2027, ma con cosa si presenterà. Oggi voglio andare oltre quella domanda e provare a dire, con tutta la soggettività del caso e senza pretese di cattedra, che cosa servirebbe davvero.

La prima trappola in cui si rischia di cadere, ogni volta che si apre una discussione sul futuro politico di un paese come il nostro, è l’ossessione per la novità. «Ci vogliono facce nuove», si sente dire. È una reazione comprensibile, ma spesso si rivela una scorciatoia che non porta da nessuna parte. Non c’è cosa di più vecchia del nuovo, se il nuovo è soltanto un’etichetta. Se dietro quella faccia inedita non c’è un pensiero diverso, una visione articolata, una disponibilità reale al confronto, si tratta di un cambio di scena a copione invariato. Quello che servirebbe non è una lista di volti nuovi né una lista di volti noti. Servirebbe una lista di compromesso e di rottura insieme: capace di tenere insieme l’esperienza di chi conosce i meccanismi e l’energia di chi non li ha ancora subiti abbastanza da rassegnarsi. Un campo neutro dove il vecchio e il nuovo si siedono allo stesso tavolo non per farsi la guerra, ma per scambiarsi qualcosa di utile.

Sul piano della forma politica, il discorso è presto chiuso. In un contesto come il nostro, la lista civica non è un’alternativa ai partiti: è l’unica opzione dotata di senso. Vale nelle grandi città, figurarsi in un paese di tremila abitanti. Le sigle nazionali, le tessere, i simboli appartengono a un lessico che, nella pratica quotidiana della politica locale, ha poco a che fare con i problemi reali delle persone. Detto questo, il civismo non è una virtù in sé. Una lista civica può essere tanto l’espressione più onesta di una comunità quanto il contenitore più opaco di interessi non dichiarati. La qualità non sta nella forma, ma nel contenuto. E il contenuto si chiama competenza, visione, responsabilità.

Di che competenza si tratta, però, vale la pena dirlo. Un politico non deve necessariamente essere un tecnico. Non deve sapere costruire una strada per decidere dove farla passare, né conoscere il diritto amministrativo per garantire che un ufficio funzioni. Su questo concorderei con Dario Fabbri, che da anni sostiene come la competenza politica sia cosa distinta dalla competenza settoriale e che confonderle produca danni in entrambe le direzioni. Ma c’è una voce ancora più vicina a noi, geograficamente e storicamente, che lo ha detto con altrettanta lucidità: Ciriaco De Mita, figlio di questa terra irpina, più volte ministro e Presidente del Consiglio, poi sindaco di Nusco fino agli ultimi anni della sua vita. De Mita sapeva, e lo ha dimostrato, che il politico non ha bisogno di essere il migliore ingegnere della stanza. Ha bisogno di essere abbastanza intelligente e abbastanza umile da circondarsi delle persone giuste, da ascoltarle, da mettere le competenze al servizio di una direzione che lui ha il compito di indicare, non di eseguire.

È questa la distinzione che manca quasi sempre nel dibattito politico locale: tra il politicante, che galleggia sull’immediato e vive di consenso a breve termine, e il politico, che progetta, costruisce una traiettoria e ha il coraggio di prendere decisioni impopolari nell’interesse di qualcosa che va oltre il prossimo consiglio comunale. La prossima amministrazione di Bagnoli Irpino avrà bisogno di quella distinzione. Di una programmazione che guardi lontano. Di un metodo, non solo di buone intenzioni.

C’è un’immagine che mi torna spesso in mente, in questo periodo storico che non esito a definire una mezzanotte globale. Se il giardino del vicino va a fuoco, è inutile girarsi i pollici. Quelle fiamme, prima o poi, raggiungeranno anche il nostro. E a quel punto non resterà niente di cui vantarci, nemmeno il prato curato per anni. L’incuria non si manifesta soltanto nell’erba non tagliata o nella strada non asfaltata. Si manifesta anche, e forse soprattutto, nel pensiero. Nel vuoto di idee. Nell’assenza di una visione condivisa su cosa vogliamo che questo paese diventi nei prossimi dieci anni. Quel vuoto ha un costo che paghiamo adesso e pagheremo ancora di più domani.

Ed è proprio da quel vuoto che nasce la sfida forse più difficile che attende la prossima amministrazione, una sfida che non è tecnica né economica. È, in senso profondo, politica: ricucire un tessuto comunitario che si è lacerato. Non con manifestazioni calate dall’alto o eventi di facciata, ma con una logica strutturale di servizi, di spazi e di opportunità che faccia dialogare mondi che oggi si ignorano o si guardano con sospetto. Far sedere allo stesso tavolo imprenditori e cittadini, giovani e anziani, chi è rimasto e chi è andato via. Non per costringerli a stringersi la mano, ma per farli remare nella stessa direzione. Vale la pena pensare anche alla diaspora bagnolese, a quelle persone che hanno portato altrove le proprie competenze e le proprie esperienze. Ignorarle sarebbe uno spreco imperdonabile. Coinvolgerle potrebbe essere invece una delle risorse più sottovalutate di cui disponiamo.

Non sono qui a fare il professore. Lo faccio già in aula, e so bene che le risposte facili non esistono né in classe né in politica. Le problematiche di Bagnoli Irpino sono note ai più, così come le risorse disponibili. Quello che posso fare è dire da che parte sto. L’amministrazione che saprà presentarsi con un programma costruito nel tempo e non nell’ultima settimana di campagna, che sappia ascoltare prima ancora di parlare, che abbia l’umiltà di riconoscere i propri limiti e la lucidità di colmarli con le persone giuste: quella amministrazione avrà il mio rispetto, il mio sostegno e, se necessario, il mio voto. Al netto di ogni logica del «votare contro qualcuno», che è la forma più stanca e più costosa di partecipazione democratica che esista.

Ennio Flaiano, uno degli scrittori italiani più acuti del Novecento, disse che «la situazione in Italia è grave, ma non è seria». Una battuta sopravvissuta decenni perché fotografa qualcosa di strutturale nel carattere nazionale: la capacità di vivere nell’urgenza senza mai trasformarla in priorità, di riconoscere i problemi senza trovare mai il momento giusto per affrontarli davvero.

A Bagnoli Irpino la situazione è, a suo modo, grave. Un paese che scende sotto tremila abitanti, che fatica a trattenere i giovani, che ha bisogno di idee e non solo di manutenzione ordinaria. Ma non è ancora irrimediabile. La serietà, quella che manca nella battuta di Flaiano e che a volte manca anche nelle nostre piazze, è ancora una scelta possibile. È ancora qualcosa che possiamo decidere di esercitare.

I pali ci saranno ancora, è vero. Ma stavolta potremmo decidere dove metterli.

Damiano Santoriello – (da Fuori dalla Rete Giugno 2026 Anno XX n. 2)

 

Condividi questo articolo

Commenti

Articoli correlati