Mi è arrivata una multa di circa 180 euro, con due punti in meno sulla patente. Dopo un mese. Alla mia macchina, non al pullman. Parcheggiata mentre ero a lavorare. La dinamica è semplice: arrivo per iniziare il turno, cerco posto negli spazi riservati agli autisti … tutti pieni. Giro un po’, ma la situazione intorno è la stessa: non c’è posto. A quel punto parcheggio di lato, in un punto che non intralcia, non blocca, non crea problemi alla viabilità (fermata dei bus, tra la pensilina ed i posti auto riservati agli autisti). Scendo e vado a fare il mio lavoro.

Ora, chiariamolo subito: la multa è legittima, nessuno sta dicendo il contrario. La macchina non era in uno stallo regolare, quindi la sanzione ci sta. Ma il punto non è questo: il punto è che manca completamente il buonsenso (auspicato più volte e da più voci) .

Perché qui non si parla di qualcuno che parcheggia male per comodità o per menefreghismo. Si parla di una situazione concreta: arrivi a lavorare e non hai fisicamente dove lasciare la macchina. Non è una scelta, è una necessità. E la cosa ancora più semplice da capire è questa: si sapeva benissimo di chi era quella macchina. Non era un caso anonimo, non era abbandonata, non era li senza motivo. Era li perché qualcuno stava lavorando. Davvero non si poteva gestire diversamente?

Magari segnalare, magari avvisare, magari, banalmente, tenere conto del contesto invece di applicare la regola in automatico. Perché altrimenti succede sempre la stessa cosa: c’è un problema strutturale ma si interviene sull’effetto (la multa), non sulla causa (posti insufficienti). Si poteva anche venire a piedi? Si. Ma non è questo il punto. Il punto è che, se esistono parcheggi riservati, dovrebbero essere sufficienti. Se non lo sono, il problema non può ricadere sempre su chi ci lavora.

E allora una domanda viene spontanea, senza troppi giri di parole: Come mai tutta questa rigidità nel fare multe, tutta questa attenzione che, diciamolo, non si era mai vista prima? È improvvisamente scoppiato l’amore per le regole … oppure c’è anche bisogno di fare cassa? Dubbio legittimo, esattamente come legittima la multa. Alla fine la multa si paga, i punti si perdono e finisce li. Ciò che, invece, resta è la sensazione che non interessi capire le situazioni, ma solo applicare la regola in modo automatico, senza distinguere tra chi crea un problema e chi sta solo cercando di lavorare.

Sia chiaro: qui nessuno chiede un paese senza multe, né tanto meno l’assenza di regole. Le regole servono, eccome. Ma tra l’anarchia e la rigidità totale esiste una via di mezzo, e si chiama buonsenso. E quando passa questo messaggio, il rischio è sempre lo stesso: che il buonsenso venga messo da parte e che a pagare siano, ancora una volta, quelli che non hanno fatto altro che adattarsi a una situazione che non dipende da loro.

Antonio Gatta

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