Ogni anno lo Stato italiano distribuisce oltre 100 milioni di euro a giornali e testate attraverso il Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio. È un elenco pubblico, consultabile da chiunque, eppure di rara circolazione nel dibattito comune. Nel 2024 i beneficiari maggiori sono stati Famiglia Cristiana con oltre 6 milioni di euro, Avvenire con 5,5 milioni, Libero con più di 5,4 milioni, ItaliaOggi con oltre 4 milioni. Non figurano in questa lista testate come Repubblica, il Corriere della Sera, il Sole 24 Ore o il Fatto Quotidiano. Si tratta di contributi diretti, riservati per legge a cooperative di giornalisti ed enti senza scopo di lucro, nati per tutelare il pluralismo e le voci locali. Un’idea bella, sulla carta.

La realtà racconta altro. Meno del 7% dei beneficiari assorbe quasi il 60% delle risorse, e sono sempre gli stessi nomi da vent’anni. Il meccanismo viene inoltre aggirato attraverso quella che potremmo chiamare la cooperativa di comodo: alcune testate accedono ai fondi grazie alla forma giuridica della cooperativa, pur avendo nei fatti editori e gestioni del tutto commerciali. Si incassano soldi pubblici senza essere davvero quello che si dichiara di essere.

Nel frattempo c’è chi fa informazione di comunità da anni, finanziato unicamente dalle quote dei propri soci e dalla fiducia dei propri lettori, senza aver mai visto un centesimo pubblico. Realtà come questa esistono, sono tante, e non fanno notizia proprio perché non chiedono nulla a nessuno. Il paradosso è che il sistema che dovrebbe tutelarle le ignora, mentre concentra le risorse sempre sugli stessi.

È su questo specifico meccanismo, quello dei contributi diretti, che si concentra l’iniziativa referendaria. Vale precisarlo perché esistono tre tipologie di sostegno pubblico all’editoria: diretto, indiretto e straordinario. Gli ultimi due non sono toccati dal referendum, anche per precisi limiti costituzionali. Il contributo indiretto, ad esempio, riguarda sgravi fiscali e incentivi, non denaro che arriva direttamente nelle casse degli editori. Non si tratta dunque di una battaglia contro il giornalismo, ma contro un meccanismo distorto che ha smesso da tempo di fare quello per cui era nato.

Il paradosso più grande resta però un altro. La legge che avrebbe dovuto abolire questi contributi esiste già, approvata con la Legge di Bilancio del 2019. Prevedeva una riduzione progressiva fino all’azzeramento totale. Quello che è successo dopo è la storia di come un Parlamento, trasversalmente e senza troppo clamore, abbia neutralizzato se stesso: una proroga via l’altra, sempre con il decreto Milleproroghe, sempre con il voto favorevole di destra e sinistra insieme. La scadenza è adesso al 2030.

L’associazione Schierarsi, movimento civico di partecipazione dal basso, ha depositato alla Corte di Cassazione la richiesta di referendum abrogativo. La loro posizione è netta: il finanziamento pubblico diretto ai giornali, così come è strutturato oggi, non ha nulla a che fare con il pluralismo dell’informazione. A beneficiarne sono sempre gli stessi, con risorse che si concentrano su pochi invece di sostenere davvero le voci piccole e indipendenti. L’obiettivo del referendum è abrogare l’ultima proroga, riportare la scadenza al 2028 e soprattutto rendere impossibili ulteriori rinvii: una norma diventata oggetto di referendum popolare non può essere riproposta dal Parlamento in forma analoga per almeno cinque anni, secondo la consolidata giurisprudenza della Corte Costituzionale.

Ad oggi sono già oltre 130.000 le firme raccolte. Ne servono 500.000. Ho firmato, e ve lo dico senza infingimenti. Si può farlo da casa in pochi minuti, con lo SPID o la CIE, sul sito ufficiale del Ministero della Giustizia:

https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6200004

Non è una questione di schieramenti. Lo dimostra il fatto che la legge del 2019 la votò una maggioranza che più distante dalle posizioni di oggi non potrebbe essere, e che le proroghe successive le hanno votate tutti, nessuno escluso. È una questione di coerenza nell’uso del denaro pubblico. E di rispetto per chi fa informazione senza chiedere nulla a nessuno.

Damiano Santoriello

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