Seduto davanti al bar Lanzara di Corso Vittorio Emanuele, all’ombra di un ombrellone di tela blu che lo riparava dal sole di luglio, tanto invocato quanto temuto per l’irruenza con cui si era avventato sull’Irpinia dopo l’inizi0 tardivo della stagione estiva, Rocco si godeva lo scorrere del traffico veicolare che vitalizzava l’arteria principale di Avellino. I veicoli a motore, in realtà, erano assai pochi, mentre abbondavano le carrozze trainate da cavalli scheletrici che arrancavano sotto il peso dell’utenza, sordi al richiamo dei vetturini e insensibili al sibilo delle scudisciate. Una mattinata calda, che faceva presagire un pomeriggio umido ed afoso per la mancanza di vento. Il bar, come sempre, era affollatissimo: frequentato da liberi professionisti, commercianti, impiegati comunali e della vicina Prefettura, che riuscivano a defilarsi per godere qualche minuto di piacere sorseggiando un buon caffè. Quello di “cicoria” era ormai soltanto un ricordo.
Il bar era ubicato in una zona strategicamente favorevole all’esercizio, dal punto di vista commerciale, si trovava all’incrocio delle arterie più importanti della città: Via Manzoni, dove allocavano le boutique di abbigliamento più ricercato; Via Mancini, sede del Comune e della più famosa e frequentata casa di tolleranza della città, Corso Vittorio Emanuele, Sede della Prefettura, del Liceo-Ginnasio Pietro Colletta, fucina della intellettualità Irpina, del cine-teatro Giordano e di una miriade di negozi d’abbigliamento frequentati da clienti di ogni parte della provincia.
Lo sguardo indagatore di Rocco si posava non soltanto sulle auto di lusso che transitavano nel Corso, che sicuramente non erano le Isotta Fraschini, le Roll royce, le Bugatti o le Mercedes Benz di prestigio internazionale che, timidamente, già animavano le vie di Roma e Milano, ma sulle forme o, per non debordare dal tema, sulle “carrozzerie” tremolanti e profumate delle belle signore borghesi che, a quell’ora, strusciavano sui marciapiedi dell’arteria a caccia di visibilità e di imbeccate di qualche merlo maschio.
Rocco era un fanatico del deretano. La parte del corpo che accendeva in lui la lampada del desiderio, l’energia della libido, la bramosia sessuale estrema, era rappresentata dal coacervo di mollezze moleste che animano l’anatomia posteriore della donna-femmina. Era talmente preso da quella forma che, alla domanda “come vorresti morire?”, rispondeva mimando un abbraccio e socchiudendo gli occhi: “Avvinghiato a un culo di donna!”.
Se al deretano, poi, si accoppiava un ben seno, occhi verdi e capelli corvini, andava letteralmente in visibilio. Elementi essenziali, quest’ultimi, della sua donna ideale che, manco a farlo apposta, era lì presente a due passi dal suo tavolo, intenta a rimirarsi nella vetrina di “intimo femminile”, contigua a bar Lanzara. Stavolta, però, il bagaglio di donna ideale appena accennato si completava di altri elementi importantissimi per lui: caviglie sottili e gambe affusolate.
“Ecco la cerbiatta per la quale vale la pena di lasciarci le penne!” si disse con convinzione. Nel riflesso della vetrina, la femmina appariva in tutta la sua statuaria bellezza, e lui poteva godersela in più dimensioni: viso da donna fatale, alla Garbo, fondo schiena da inginocchiamento. Guardandola più attentamente, notò che assomigliava in modo speculare, addirittura sovrapponibile a un’altra donna che aveva conosciuta qualche tempo prima, che gli attizzava ora come allora gli istinti carnali e passionali. Non riusciva, insomma, a fare mente locale e portarsi sul posto, nel paese o nella città in cui lui, Rocco Gambone di Sazzano, probabilmente avesse incontrato e parlato con la stessa.
Continuò a guardarla con insistenza e, senza nulla togliere alla sua tesi, la seguì fin quando non scomparve all’interno della boutique, Fu in quell’istante che decise di agire usando i lumi della ragione: chiedere alla donna del mistero chi fosse realmente e dove mai si fossero già incontrati, perché di questo, ora, era quasi certo.
< Buon giorno. Come sta? Le disse quasi sussurrando
E lei:
< Buongiorno a lei, ci si rivede, eh! E’ sempre impegnato in serenate romantiche?
Rocco non aveva bisogno di quest’ultimo particolare. Aveva capito benissimo, dal tono di voce, da quale bocca uscissero quelle parole. Si sentì quasi pietrificare le gambe, le braccia e la lingua. Non riusciva ad allungare la sua mano per stringere quella della donna, che era in attesa di ricevere il saluto. Poi, ripresosi, si esibì in un baciamano anacronistico quanto impacciato.
< Oh! Da perfetto cavaliere, a quanto pare.>
E Rocco:
< Ho aspettato tanto questo momento. Ho sempre desiderato posare le mie labbra sulla sua pelle. E’ passato circa un anno da quella sera. Credevo fosse andata via. Quel suo balcone, sempre chiuso, non mi ha incoraggiato a cercarla. E poi, non mi sarei spinto a tanto. Lei è una donna felicemente sposata, se ben ricordo, non l’avrei gettata in bocca alle comari del paese: L’avrei costretta ad esporsi, a farsi vedere in mia compagnia: il necessario per calarla in un mare di guai.>
< Per così poco? >
E Rocco, incoraggiato dal “per così poco?”
< Sono un uomo passionale. Se nel parlarle, nel guardarla negli occhi, nell’ascoltare la sua voce mi lascio dominare dall’istinto, non riesco a controllare le mie azioni. Sarei capace di toccarla, di baciarla anche tra la gente, come in questo momento. Cerco subito a farle mie che cose che mi piacciono!>
E la signora:
< Sentitelo, sentitelo questo ragazzone! Lui non va tanto per le lunghe.>
< Mi perdoni l’ardire, e mi scusi se non l’ho ancora invitata a sedersi al mio tavolo. Il caffè Lanzara è famoso per i suoi babà e per la granita al limone: buona quanto quella siciliana. E’ preparata coi limoni di Sorrento. Mi concede l’onore? >
< Certamente! >rispose la signora < Non potrei sottrarmi all’invito di un gentleman tanto garbato.>
Dopo l’ennesimo caffè, per lui, e la granita di limone, per lei, iniziò l’attacco di Rocco.
< Ora che non potrà più dire “di non aver mangiato al mio tavolo,” mi dovrà dire quantomeno il suo nome. Come si chiama? Il mio nome è Rocco,>
E, scrutandolo con un sorriso di compiacimento, la signora rispose:
< Mi chiamo Idea, >
Rocco cercava di scandagliare nel profondo di quegli occhi uno spiraglio di accondiscendenza, di cedibilità, di disponibilità di accettazione alla resa, per il momento, della sua amicizia, del suo corteggiamento. Fase importante, che avrebbe potuto far scattare, in lei, anche la scintilla della passione e, conseguentemente, dell’innamoramento.
< Idea? Stupendo! In un’altra vita, Platone, l’avrà estrapolato dalla sua figura di donna, dal suo aspetto. Per lui, l’idea, era l’apparenza di un modello eterno, nei suoi contorni ideali di forme perfette. Suo padre, non poteva darle un nome diverso.>
Idea, sorpresa dalla citazione colta di Rocco, disse
<Mio padre era un lettore accanito delle opere di Hegel, il filosofo che considerava l’idea “l’in sé delle cose”, la struttura interiore delle cose, lo spirito, che per realizzarsi deve uscire fuori di sé, trasformandosi in natura.>
E Rocco:
< E’ quanto vorrei tanto poter fare: trasformare, cioè, la sua natura in spirito per racchiuderla, egoisticamente, nella struttura primitiva facendola prigioniera della mia sola “idea”.>
E lei, avendo capito il pensiero di Rocco
< I miei conterranei si son fatti una reputazione negativa per aver abusato di certe iniziative. Il dominio sugli uomini, l’ha soltanto Dio.>
Quel ragazzo le piaceva. E gli dava corda per scoprire il suo punto d’arrivo.
Idea controllava minuziosamente le mosse di Rocco. Riusciva persino a prevedere gli spostamenti dei pezzi sulle sessantaquattro caselle della scacchiera, di cui lei era dama e regina. Lo stuzzicava, lo pungolava per indurlo a sfidare la sua intelligenza, la sua astuzia. Spesso lo metteva in difficoltà, costringendolo alla difesa del proprio “re”. E ogni mossa che l’avvicinava alla vittoria, le procurava un piacere sulla pelle che, pian piano, si allungava sul petto, sull’addome e sul basso ventre per morire, infine, lì; fradicio di umori, di languori e mal sopito appagamento.
< Bene, E’ ora di andare. Ho il treno che mi parte tra un’ora. Prenderò la prima carrozza che passa per raggiungere la stazione ferroviaria.>
E Rocco, alzandosi di scatto:
< Cosa dici mai? Non ti consentirò di servirti della littorina per il ritorno a Sazzano. Verrai con me in macchina e, se mi consideri un amico, non mi dirai di no!>
<Noto, con dissapore, che è passato al pronome della confidenzialità. Non che mi dispiaccia, beninteso, ma sicuramente considero alquanto prematuro, inappropriato, l’uso del “tu” tra noi. Né posso considerarla un amico, tenuto conto che la nostra frequentazione, non va oltre la durata complessiva di un paio di ore. Vede, tra noi c’è una marcata empatia, cosa che ho capito quando poc’anzi mi ha fatto quel passaggio sulla curiosità e sulla malevolenza della gente di paese, per cui: la prego, si ponga nella mia condizione e cerchi di capirmi mettendo da parte la partecipazione emotiva.>
< Non posso! Non posso!> rispose Rocco molto rattristato. < Non voglio che tu vada via da sola. Piuttosto, lascio qui la mia macchina e vengo via con te per farti compagnia e per difenderti dai mali intenzionati, di cui quel trenino pullula. >
< Non ho bisogno della guardia del corpo, per fortuna. So ben difendermi, da sola. A me piace viaggiare in treno, per questo motivo ho lasciato a casa la macchina. Mi piace gustarmi dal finestrino il panorama della campagna, le scene bucoliche, le verdi maree di erba e i geometrici filari di vitigni, carichi di pigne mature. Mi piace, altresì, il ticchettio della pioggia sulla tettoia di lamiera e il fischio ammonitore della motrice all’entrata e all’uscita delle gallerie. Mi piacciono le fermate nelle stazioni e il movimento in discesa e in salita dei passeggeri, presi dall’euforia dell’arrivo e dall’ansia della partenza. Mi piace il pianto dell’innamorata del soldatino in partenza che, con il mento reclino sul seno, schermando il pudore, vorrebbe gridare: scrivimi! Chiamami! Pensami! Resto qui ad aspettarti! Ti amo.>
< Non maltrattarmi, ti prego! Donami il piacere di restarti vicino. Potrei farmi coccolare da cento donne, se soltanto volessi, ma voglio te: sei tu che mi hai rubato il cuor! Quella notte avevo visto bene, nonostante l’oscurità del vicolo. E stamane ne ho avuto la conferma. >
< Conferma di cosa? Rispose, decisa, Idea ricambiandogli il “tu. <Ascoltami, Rocco, e guardami negli occhi: nella mia vita ho avuto un solo amore e tuttora mi nutro di esso. Anche se viviamo in posti geograficamente diversi, lontani, io e mio marito ci sentiamo fisicamente vicini, perché siamo uniti dall’afflato e dalla simbiosi spirituale. Il centro del nostro bene, che racchiude l’insieme dei nostro sospiri e dei nostri desideri, è intrinsecamente insaturo. Il nostro, è un amore che non segna il tempo: è il cemento della nostra unione. Nel mio cammino, sarò sempre accompagnata dalla mano rassicurante di Alfredo. E’ tutto.>
Rocco restò seduto al tavolo del bar mentre la carrozza di Idea galoppava nella grande Piazza della Libertà del Capoluogo Irpino, sempre pregna di nugoli di indaffarati camminanti e da venditori ambulanti di saponi e caramelle, retaggio dell’esercito americano, per portarsi verso il treno in procinto di partire.
Il trenino, quel pomeriggio, arrivò in perfetto orario nella stazione di Sazzano, dove scese una sola passeggera: Idea.
Rocco, per riallacciare il colloquio di Avellino, interrotto a metà e con un risultato incerto, aveva pensato bene di farsi trovare sul posto d’arrivo. Idea, quando se lo trovò davanti scosse la tesa per significare che non approvava quel suo modo di fare. Tuttavia, per evitare di far degenerare il suo diniego in un inutile conflitto intellettuale, gli si avvicinò sorridente, pronta ad ascoltare i motivi di quella attesa.
< Sono venuto qua, perché così mi andava di fare! Disse Rocco.
< C’è un valore simbolico in questa attesa che, annullando la realtà sensibile, ti proietta nel mondo dello spirito.> Rispose Idea, ironica.
E Rocco
< Il motivo lo conosci bene. E’ più forte di me.>
< Se il tuo è vero amore, te ne sono grata. Meriti di essere ricambiato con amore, ma non col mio, che appartiene a un altro uomo. Tu non potrai mai capire le mie esigenze emotive più nascoste, ed io, paradossalmente, non posso credere in te, nel tuo amore svelato. Gli uomini mentono quando affermano le verità. E il tuo modo di comportarti ne è il paradigma più eloquente, perché ignora la verità oggettiva: tu vuoi soltanto il mio corpo! L’amore, quello vero, genuino, sincero, rispettoso, non ti ha ancora toccato. Quanto a me, in una lontana ipotetica dimensione, potresti coinvolgermi in un momento di estasi che mi reprima i sensi, avvolgendomi in una pazza carica erotica senza fine. Questo sì. Senza, però, mai ricevere amore, il mio amore.>
E Rocco
< Siamo in vena di citazioni accademiche, a quanto pare. Te la stai prendendo con la verità etica, pratica, comportamentale. La verità è una sola, composta di tre parole: io ti amo.>
Se l’attirò al petto e, con violenza, le bacio ripetutamente il collo e la bocca, cercando di vincere la resistenza di Idea che, con forza, respingeva le sue mani vogliose che tentavano di allungarsi sul seno. E sarebbe sicuramente riuscito nel suo intento se l’intervento di un cane ringhioso, richiamato evidentemente dalle urla della donna, non l’avesse fatto desistere dal portare a termine la sua violenta “impresa”.
Idea uscì avvilita da quel brusco amplesso. Il tempo di pulirsi le labbra sul dorso della mano e di raccogliere le sue cose, che si erano sparpagliate nella ghiaia, e via di corsa verso l’automobile che, nella mattinata, qualche minuto prima di prendere il treno, aveva parcheggiato alle spalle del casello della stazione.
Idea tornò a casa con l’amaro in bocca. Non riusciva a capacitarsi di quanto le fosse capitato.
“Un comportamento da villano, da autentico cafone, il suo. E poi, si parla male della Sicilia, della prepotenza dei siciliani verso le donne, della gelosia verso la spose e le figlie. Gli uomini della mia terra sono di gran lunga più civili di lui, molestatore di donne indifese, oltremodo meschino e insolente!”
Dopo quell’incontro infelice, non ci furono più rapporti tra i due.
Rocco si chiuse nello studio, per uscirne soltanto quando la tesi di laurea fosse pronta per essere discussa.
Durante le lunghe ore di studio rivolgeva, sovente, il pensiero alle donne con cui aveva avuto rapporti confidenziali: Irene, che gli arrecava ancora profondi turbamenti emotivi per il pietoso distacco che aveva isterilito la loro antica amicizia, che nella sua anima aveva lasciato accesa, come lampada motiva, una fiammella di speranza; Idea, che lo aveva ripudiato, con cui aveva avuto un rapporto di estrema sincerità intellettuale, verso cui, la lampada di Irene, bruciava più che mai un desiderio diverso, carnale, e gli causava disturbi d’insonnia, che lo prostravano fisicamente e gli debilitavano il pensiero.
Aveva intorno a sé il vuoto. Neppure le immagini a lui care riuscivano a dargli sollievo, e a fermare quella sua discesa libera sul piano inclinato del tempo che, silenzioso, trascina con sé nel proprio respiro il mondo e le sue ineffabili creature.
Un uomo che dalla vita aveva ottenuto tutto: ricchezza, ricercatezza, eleganza, attrazione fisica . Eppure, per chiudere felicemente il cerchio del suo curriculum relazionale e sentimentale, mancava la classica ciliegina sulla torta: una donna con cui vivere un amore tranquillo, ricambiato.
Ora c’era un dottore in giurisprudenza nell’antica casata dei Gambone. I genitori avevano assistito personalmente alla discussione della tesi di laurea del loro rampollo, e ne erano rimasti entusiasti: 110 e lode, bacio del Senato Accademico e pubblicazione della tesi su riviste universitarie e specializzate. Non erano cose che accadevano tutti i giorni. Per Rocco, quella giornata, avrebbe dovuto segnare l’inizio di una vita nuova, della sua conquista di un posto nella società che conta, della ricompensa dei suoi sacrifici. Ma non fu così, Aleggiava nell’aula magna un’atmosfera pesante che lui, nonostante la sua perspicacia, non riusciva a decifrare. Mancava una tessera importante al completamento del mosaico che riproduceva una parte del percorso della sua vita: una tessera che s’incarnava nelle sembianze di una ragazza che, per troppo amore, si era allontanata da lui e da tutto quanto le orbitasse intorno.
“Perché non è venuta?”, si chiedeva Rocco, “avrebbe potuto dividere con me almeno una foglia della mia corona d’alloro, e la mia felicità si sarebbe fusa con la sua. Mi odia talmente tanto?”.
Irene, quel giorno, non era certamente a Bisaccia. Era presente nell’Aula Magna dell’Università, rannicchiata in un cantuccio nascosto dietro una fila di poltroncine. Ascoltava la voce di Rocco mentre disquisiva la sua materia. Non provava né emozioni né particolare interesse per quanto stava accadendo: il brusio della gente, il pianto delle madri, gli applausi. Era la figura del laureando che la turbava e le poneva interrogativi: perdonare oppure odiare? Faceva un grande sforzo a tenersi lontana dalla tentazione del perdono e dal trincerarsi nella comoda, rassicurante, consolazione dell’odio. Alla fine, sostituì il perdono e l’odio col dolore. Quel dolore che le derivava per osmosi, per empatia. Non si odia chi ti fa morire d’amore: se l’amore induce all’odio, alla vendetta, vuol dire che è insaturo, incompleto. L’amore totale, invece, è luce, è vita, è coagulo di corpo e anima. E non si uccide l’amore per uccidere, poi, se stessi.
Erano passate molte settimane dall’incontro con Idea. Rocco, abulico più che mai, si era allontanato anche dalla gestione dell’azienda paterna. Passava intere giornate a leggere i classici della letteratura italiana. Leggeva, tra l’altro, anche il “Viaggio elettorale” di Francesco de Sanctis, conterraneo di Morra, di cui aveva memorizzato l’aforisma premonitore: “Se nell’uomo c’è l’attore, prima o poi si prenderà i fischi.” che lo poneva di fronte al dubbio se esercitare o meno la libera professione di avvocato, dovendo quest’ultimo necessariamente servirsi di atteggiamenti propri della categoria di artisti che, per vocazione o per necessità calcano i palcoscenici dove, sovente, i fischi si alternano agli applausi. Si arrovellava il cervello per cose che erano di là da venire. Lui non era fatto della stessa pasta dei teatranti: era un uomo serio, incapace di supplicare, incapace di deviare dalla realtà dei fatti, incapace di inveire e di scendere a compromessi con la sua coscienza. Ecco, viveva di queste cose che conducevano al processo alle intenzioni e gli bloccavano gli impulsi, le energie positive da investire nel futuro.
Le sue fantasie erotiche viaggiavano a senso unico in un’unica direzione che portava, inevitabilmente, verso la casa di Idea. La notte, quando l’insonnia resisteva agli effetti della camomilla, gironzolava per il paese in cerca di idratazione psichica ed esistenziale: accumulava nel cervello i rintocchi dell’orologio della torre, che scandivano nell’etere l’andare del tempo che poi, nell’assopimento, scaricava con suoni ancora più intensi, più acuti, nel cuscino del suo letto, per consegnare la mente a un improbabile sonno ristoratore.
L’abitazione di Idea non dava cenni di vita. Insisteva muta, anonima, ai piedi del campanile del convento domenicano, senza emanare un segnale, una luce, un rumore di vita a testimonianza della sua presenza. I mostriciattoli che supportavano il peso della lastra di pietra e della balconata di ferro battuto, anch’essi giacevano inespressivi e più che mai ammantati da un alone di mistero.
La casa, evidentemente, era vuota poiché, Rocco, non avvertiva in essa gli impulsi vitali della donna dagli occhi di malva, che gli aveva paralizzato lo spirito e rapito il ben dell’intelletto. Quando, nei vari momenti di rinsavimento, si rendeva conto, con l’uso pieno della ragione, dello stato di declino fisico e mentale in cui era precipitato a causa di una pericolosa attrazione, dell’invaghimento per una femmina che, sostanzialmente, travalicava l’innamoramento e la semplice infatuazione, s’imponeva energicamente di star lontano da quel luogo e da quella casa, e di reprimere, di spezzare quel fluido capestro che lo schiavizzava e gli annullava la virilità e la dignità di uomo.
Il suo pensiero, allora, andava ad Artur Schopenhauer che, in un sotteso messaggio agli innamorati indecisi, dubbiosi, comunicava “…l’amore non è altro che due infelicità che si incontrano, due infelicità che si scambiano ed una terza infelicità che si prepara,” E, con riferimento al rapporto di coppia, precisava: “…l’unico fine dell’amore è l’accoppiamento, la riproduzione, e non vi è amore senza sessualità.”
E ricordava, nitide, anche le considerazioni che Lev Tolstoj nella “Sonata a Creutzer”, esprimeva con riferimento all’amore:
L’ amore non esiste! E quello che viene chiamato amore non è altro che una forma di entusiasmo irragionevole, che conduce al soddisfacimento del desiderio carnale,”
Motivo per cui, nella maggior parte dei casi, l’ uomo e la donna si cercano.
E, inoltre, si chiedeva:
“ Il mio è desiderio carnale o amore? Forse, più che desiderio, è amore, poiché di quella donna amo non solo il corpo ma il pensiero, l’intelligenza, lo sguardo, l’eloquio, il raziocinio. Oppure è veramente passione? Se così fosse, dovrei avere la forza di vincerla, di debellarla. Un vero uomo, non può cadere vittima di un sentimento inumano, malvagio, demoniaco, che si nutre dello spirito del male per accendere devastanti desideri carnali e psicologici che intossicano la vita.”
Qual era in quel momento il significato della sua vita?
L’incertezza, la disistima di se stesso, il disprezzo, erano gli elementi oscuri che mortificavano la sua esistenza: viveva tra i dubbi e lo sfasciume della sua intelligenza. La sua identità stava valicando il precario confine tra l’equilibrio psichico e il delirio autodistruttivo. Trasportava con sé una tormentosa afflizione, riconducibile allo stato erotico-sentimentale che viveva sul momento: temeva di essersi “infettato” della passione, di cui si sentiva impregnata finanche la pelle e che mai più si sarebbe liberato di essa.
Forse, Rocco, dimenticava che passione e amore sono sentimenti umani indivisibili: si nutrono l’un l’altro vicendevolmente.
A sostegno della contorta elaborazione mentale di Rocco, accorreva spietato il senso del colloquio dei due vecchi saggi di “Le braci” di Santor Marai che aveva memorizzato quando l’amore e la passione rappresentavano per lui sentimenti estranei alla sua sua presunta, asettica, sfera sentimentale:
“Non credi anche tu che il significato della vita sia semplicemente la passione che un giorno invade il nostro cuore, la nostra anima e il nostro corpo e che, qualunque cosa accada, continua a bruciare in eterno, fino alla morte?”
All’alba, però, le ripromesse della notte svanivano, e, conseguentemente, ricadeva nella sottomissione, nell’accattonaggio, nella mendicità di un sorriso, di una improbabile carezza, per una ispirazione irrazionale dello spirito.
Antonio Cella

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