Dopo la sconfitta dell’Italia contro la Bosnia Erzegovina del 31 marzo 2026, maturata ai playoff e costata agli Azzurri la terza mancata qualificazione consecutiva al Mondiale, il dibattito pubblico è ripartito come sempre: accuse immediate, processi sommari, ricerca del colpevole di giornata. È il riflesso più tipico del nostro costume nazionale. Siamo un Paese di tifosi, di appassionati, di osservatori permanenti, quasi di commissari tecnici diffusi. E, in fondo, va bene anche così, perché il calcio, proprio in quanto popolare, appartiene davvero a tutti. Il problema nasce quando la passione si riduce a populismo, quando la critica diventa scorciatoia e quando, davanti a una crisi profonda, si preferisce il bersaglio facile all’analisi vera. Perché una crisi come questa non si spiega mai con un solo nome, con una sola scelta o con una sola partita.

La verità è che il calcio italiano attraversa da anni una crisi strutturale che non riguarda soltanto la Nazionale, ma l’intero sistema. Lo si dice da tempo, ma quasi sempre lo si dice male, oppure troppo tardi. Già nel 2011 Roberto Baggio, allora presidente del Settore tecnico della FIGC, presentava un progetto di rilancio centrato sui giovani, sulla formazione e sulla qualità dei vivai. Era, nei fatti, un tentativo serio di rimettere mano alle fondamenta. Eppure è rimasto, per molti versi, una delle tante occasioni non davvero raccolte fino in fondo. Nel 2014, dopo l’eliminazione ai gironi del Mondiale in Brasile, Fabio Caressa indicò con chiarezza nodi che oggi appaiono persino più evidenti: vivai inadeguati, formazione tecnica insufficiente, scarsa fiducia nei giovani, assenza di coraggio nel cambiare davvero il sistema. A distanza di dodici anni, quelle parole non suonano affatto superate. Suonano, semmai, tragicamente attuali.

I numeri aiutano a capire che non siamo davanti a una semplice flessione ciclica. Il ReportCalcio 2025 della FIGC segnala che, nel ruolo più decisivo e simbolico, quello dell’attaccante, gli italiani Under 21 incidono appena per l’1,5% del minutaggio in Serie A, mentre i gol segnati da attaccanti italiani Under 21 pesano per meno dell’1%. Gli attaccanti stranieri Over 21 arrivano al 71,2% delle reti. Questi dati non servono a costruire polemiche identitarie contro gli stranieri, che sarebbero sterili, ingiuste e francamente inutili. Servono, piuttosto, a mostrare quanto sia fragile la capacità del sistema di formare, accompagnare e consolidare giovani talenti italiani ai massimi livelli. E continuiamo poi a stupirci dei risultati.

C’è però un fattore che nel dibattito si finge spesso di non vedere, forse perché è meno comodo da agitare in televisione o sui social: la demografia. I vivai si alimentano di giovani. Se i giovani diminuiscono, si restringe anche la base su cui costruire il futuro. È una conseguenza diretta, non una metafora. L’Italia è un Paese anziano. Secondo l’Istat, al 1° gennaio 2026 la popolazione residente è pari a 58 milioni 943 mila persone, con un’età media di 47,1 anni. I ragazzi fino a 14 anni rappresentano appena l’11,6% del totale, mentre gli over 65 sono il 25,1%. Le nascite nel 2025 sono state 355 mila, con un tasso di fecondità sceso a 1,14 figli per donna. Eurostat conferma inoltre che l’Italia è il Paese dell’Unione europea con la quota più bassa di bambini e preadolescenti, il 12,2%, e con una delle età mediane più alte, pari a 48,7 anni. Non è l’unica spiegazione della crisi calcistica, naturalmente, ma è una variabile strutturale che nessuna riforma tecnica può permettersi di ignorare. Meno bambini significano meno talenti da scoprire, meno campetti frequentati, meno competizione diffusa, meno possibilità in ogni direzione.

Da docente, questa trasformazione la osservo anche nella quotidianità, pur sapendo bene che l’esperienza personale non sostituisce un’indagine scientifica. Però qualcosa racconta, eccome. Vedo ragazzi spesso meno allenati alla frustrazione, meno abituati al sacrificio prolungato, più esposti alla logica dell’immediatezza. E vedo soprattutto un cambiamento profondo negli spazi della crescita. Per chi è cresciuto negli anni Novanta, il pallone era un’estensione naturale del pomeriggio: si giocava nel campetto, in piazza, per strada, con due giacche a fare da porta. Oggi, soprattutto nei grandi centri, quella spontaneità è molto meno visibile. Non significa che i giovani non facciano sport. L’Istat certifica che nel 2024 il 37,5% della popolazione di 3 anni e più ha praticato sport nel tempo libero. Ma lo stesso Istat registra anche che il 32,8% è del tutto sedentario e che il 25,4% dichiara di aver interrotto una pratica sportiva svolta in passato. Cresce la pratica, ma crescono anche la sedentarietà e le interruzioni. È un quadro complesso, certo, ma proprio per questo il calcio non può permettersi di ignorarlo o di leggerlo con categorie vecchie.

In questo contesto si inserisce anche una riflessione ulteriore, che forse è in parte una percezione personale, ma che sento il dovere di condividere. Nel calcio giovanile, troppo spesso, si inseguono le logiche del mercato prima ancora di quelle della formazione. Si parla di talento, di sacrificio, di appartenenza, perfino di valori, ma poi la selezione e la crescita dei ragazzi rischiano di piegarsi a meccanismi di convenienza, visibilità e rendimento immediato. Si vuole il risultato subito, non la crescita; si cerca il consenso, non la costruzione; si confonde l’esposizione con il merito. Ed è qui che emerge un paradosso piuttosto amaro: il calcio viene raccontato come un grande business globale quando conviene, ma in alcuni snodi decisivi continua a essere gestito quasi in modo amatoriale, senza una vera cultura di sistema, senza una filiera coerente, senza programmazione seria del capitale umano. Un mondo in cui circolano risorse enormi continua a inciampare su questioni elementari di visione, metodo e responsabilità.

I dati federali lo dicono con chiarezza: nel 2025 la FITP, la Federazione italiana tennis e padel, ha superato la FIGC nei ricavi complessivi. Non è una curiosità statistica da usare per fare folklore. È un segnale preciso. Significa che un movimento costruito su fondamenta tecniche solide, su una cultura della formazione coerente e su una filiera capace di valorizzare i giovani ha saputo crescere fino a superare il calcio anche sul piano economico. È una lezione che il sistema calcistico dovrebbe saper leggere con umiltà, senza difese istintive e senza quell’orgoglio mal riposto che troppo spesso impedisce di imparare dagli altri.

Resta poi un altro punto delicato, sul quale sarebbe sbagliato sia tacere sia generalizzare. Non ho dati ufficiali per sostenere in termini assoluti che nei vivai vengano favoriti sempre e comunque i cosiddetti figli dei raccomandati. Sarebbe una scorciatoia polemica e, per questo, poco seria. Però il tema delle pressioni adulte nel calcio giovanile esiste ed è riconosciuto dagli stessi organismi federali. La Carta dei diritti dei bambini e dei doveri degli adulti del Settore Giovanile e Scolastico della FIGC invita esplicitamente i genitori a considerare il figlio come una persona da educare e non come un campione da allenare, a mettere il suo benessere psicofisico prima del desiderio di vederlo vincere. La stessa FIGC ricorda ai dirigenti che il risultato non è l’aspetto più importante e ai tecnici che la partita è per i bambini, non per gli adulti. Se queste raccomandazioni esistono, significa che il problema non è immaginario.

E, a dirla tutta, assomiglia moltissimo a ciò che accade anche a scuola. Spesso non interessa davvero che il ragazzo impari, cresca, maturi e si misuri seriamente con i propri limiti. Interessa che venga gratificato subito, che compaia, che giochi, che non venga contraddetto, che non si senta escluso da nulla, anche quando magari avrebbe bisogno prima di imparare qualcosa davvero. È la stessa logica del pezzo di carta: non importa ciò che sai fare, importa arrivare formalmente da qualche parte. Ma quando si sostituisce la formazione con la condiscendenza, quando si preferisce accontentare invece di educare, quando si sceglie la scorciatoia invece del percorso, prima o poi il conto arriva. Nello sport come nell’istruzione. E quasi mai lo paga chi ha creato il problema.

Sarebbe però sbagliato leggere tutto soltanto in negativo. Il mondo è cambiato, il calcio si è democratizzato e le grandi aristocrazie del pallone non sono più intoccabili. Le altre nazionali sono cresciute perché hanno studiato, programmato, investito, costruito. Ma c’è anche un altro elemento che spesso viene trascurato: l’Italia non coincide più soltanto con il calcio. A Parigi 2024 la spedizione azzurra ha conquistato 40 medaglie, di cui 12 ori, una delle migliori prestazioni della nostra storia. Ai Giochi di Milano Cortina 2026, disputati in casa a febbraio, l’Italia ha scritto la pagina più bella della sua storia olimpica invernale: 30 medaglie complessive, quarto posto nel medagliere finale. Nel tennis, Jannik Sinner ha chiuso il 2025 con due Slam e le ATP Finals vinte per il secondo anno consecutivo, diventando il primo italiano della storia a trionfare a Wimbledon. Nel rugby maschile, il 7 marzo 2026, l’Italia ha battuto l’Inghilterra 23 a 18, prima vittoria storica contro gli inglesi. Nella pallavolo, uomini e donne si muovono stabilmente ai vertici mondiali. L’Italia non ha smesso di essere sportiva. Ha smesso, semmai, di essere esclusivamente calcistica.

Il nodo finale, allora, è quello delle responsabilità. Attorno al calcio gravitano soldi, consenso, potere mediatico e rendite enormi. Proprio per questo non può essere trattato come un territorio sottratto al giudizio pubblico. I tifosi pagano, sostengono, investono emotivamente ed economicamente. Hanno quindi il diritto di pretendere serietà, pluralismo, meritocrazia, formazione e visione. Se ai vertici del sistema manca il coraggio di fare turnover, di preparare davvero il passaggio di testimone, di programmare il futuro e di assumersi responsabilità anche impopolari, allora non si possono pretendere risultati diversi continuando a riprodurre gli stessi meccanismi. A quel punto non è più sfortuna. È ostinazione. Ed è forse persino follia. Il calcio italiano ha ancora storia, passione, talento diffuso, risorse economiche e un capitale simbolico immenso. Ciò che manca non è la materia prima. È la volontà, nei luoghi dove si decide, di cambiare davvero le regole del gioco.

Eppure, a questo punto, qualcuno potrebbe anche chiedermi: e tu, che titolo hai per parlarne? È una domanda legittima. Non sono un tecnico, non sono un addetto ai lavori, non sono cresciuto in un settore professionistico calcistico. Ho giocato a calcio in mezzo alla strada, con gli amici, per il gusto di farlo, essendo in fondo un umile giocatore di pallavolo. E forse è proprio questa la chiave. Il calcio appartiene anche e soprattutto a chi lo ha vissuto così, prima ancora che a chi lo gestisce. È democratico per natura, immediato per vocazione, universale nella sua semplicità. Appartiene davvero a tutti. Per questo, chi lo ama ha non solo il diritto, ma forse perfino il dovere, di pretendere che venga rispettato, curato e ricostruito con serietà. Viva lo sport, viva il calcio, viva l’Italia. E soprattutto viva chi sa andare oltre le parole e, con amore, gentilezza e responsabilità, si rimbocca le maniche per ricostruire invece di distruggere.

Damiano Santoriello

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