Nella vita non solo non ho potuto essere cattivo, ma non sono riuscito ad essere niente di niente: né cattivo né buono, né canaglia né galantuomo, né eroe né insetto. Ed ora passo le giornate qui, nel mio cantuccio, burlando me stesso con la maligna e del tutto inutile consolazione che, comunque sia, una persona intelligente non può più diventare sul serio “qualcuno” giacché, a diventar qualcuno, ci riesce solamente “l’imbecille.”

Il fatto che sia DOSTOEVSKIJ ad asserire quanto sopra, non mi riempie di truculento piacere. Anzi, mi intristisce la sua tormentosa indagine sull’inconscio e sui limiti dell’intelletto volta a capire a fondo sé stessi e gli altri, scavando i recessi più torbidi dell’animo umano.

A volte, però, anche le grandi mente sbagliano nel valutare le qualità intellettive di chi occupi posizioni di rilievo nel mondo professionale e politico.

Se l’analisi dello scrittore russo fosse giusta, dovremmo convenire che l’intero universo sia stato guidato, e forse lo è tuttora, da politici sprovveduti, (tipo TRUMP), e da dirigenti ordinari, associando loro l’idea di straordinarietà intellettiva superiore, propria del condottiero per antonomasia, che ha in mano il proprio destino e quello della intera umanità.

Alla luce di tanto, dovremmo cancellare, altresì, anche l’operato dei grandi conquistatori, dei grandi artisti, degli uomini politici più audaci, e della Russia stessa, che proprio ora la sta facendo da “macellaia”, e rivedere tutto quanto LUI abbia scritto di buono e degradare la sua magica penna, che ha deliziato milioni di lettori di ogni parte del mondo.

Ma, fortunatamente, non è cosi. Credo, piuttosto, che il padre dei “Fratelli Caramazov” abbia voluto scientemente associare i concetti manichei di “bene” e “male” con quello di “ordinario” e “straordinario” e, se sbaglio, sono pronto ad inchinarmi e chiedergli perdono.

Dalle sue opere, appare innegabile il fatto che abbia inteso attribuire dignità filosofica al disagio esistenziale di chi, sentendosi intellettualmente e spiritualmente superiore alla massa, non intenda condannare se stesso alla frustrazione piegandosi al rispetto delle regole, pensate e attuate, per le persone comuni.

Non credo proprio che oggi, in pieno primo quarto del secolo duemila, i nostri sindaci e i dirigenti tutti siano degli imbecilli, come quelli del suo secolo. Una cosa è certa, grazie alla politica, essi godono ambi spazi dove sguazzare nel benessere e nella realizzazione di piccole cose che li tiene bullonati alle poltrone, grazie all’appoggio dei loro leader. Uomini furbi, di media cultura che, per anni e anni, vengono regolarmente rieletti dal fanatismo popolare ad occupare gli scranni di Montecitorio. Se ne fregano se sono imbecilli. Loro appartengono a quella forma d’imbecillagine che non limita la capacità di discernimento, di buon senso, del comportamento stolido, ma accrescere la loro volontà di fottere il prossimo! Una  intelligenza furbacchiona. Priva del comune buon senso, che si traduce in un comportamento privo della più elementare serietà e coerenza.

LUI, essere superiore, capace di riportare Cristo sulla terra, per farlo condannare dall’Inquisizione ancora una volta, essendo gli uomini “ordinari” e “straordinari” incapaci di comprenderne il messaggio.

Dalle sue opere, appare innegabile il fatto che abbia inteso attribuire dignità filosofica al disagio esistenziale di chi, sentendosi intellettualmente e spiritualmente superiore alla massa, non intenda condannare se stesso alla frustrazione, piegandosi al rispetto delle regole pensate ed attuate per le persone comuni.

Comunque, leggere il pensiero dei grandi scrittori non è soltanto fonte di piacere, ma anche una forma di igiene mentale, una palestra cognitiva, un’occasione che restituisce tempo interiore e profondità.

Flaubert diceva: “Non leggete per divertirvi, come fanno i bambini, o per istruirvi, come fanno gli ambiziosi. No! Leggete per vivere.”

Ultimamente, dalle pagine di “Umiliati e Offesi”, ultima opera scritta da Dostoevskij prima di morire, ho potuto rilevare sofferte indagini dell’anima umana, così spesso soffocate o tradite. Ho capito, inoltre, che LUI, partito da convenzioni socialistiche-utopistiche, dopo l’esperienza siberiana (carcere duro) si fece assertore della ortodossia religiosa e di un acceso nazionalismo slaofono, che evidenzia l’idea messianica del destino del popolo Russo, cui ha riservato  la sacra missione di pacificare il mondo.

Credo proprio che Putin non abbia mai letto quest’ultima opera.

Comunque, leggere migliora la qualità del pensiero e del clima relazionale.

Antonio Cella         

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