Al Sud la protesta degli autotrasportatori l’abbiamo conosciuta prima di leggerla, e a nostre spese. Da metà ottobre i tir hanno presidiato porti e svincoli, da Palermo a Messina fino al Vallo di Diano, mentre sugli scaffali mancavano frutta, carne e latticini, i distributori esponevano il cartello «esaurito» e in una quindicina di comuni del Messinese si è fermata perfino la raccolta dei rifiuti. Il motivo era scritto su ogni colonnina: secondo il ministero delle Imprese il gasolio aveva toccato 2,257 euro al litro sulla rete ordinaria e 2,297 in autostrada, con rincari che per il Codacons sfioravano il 40 per cento in un anno. La categoria chiedeva lo sblocco delle risorse già stanziate contro il caro gasolio, aiuti per il rinnovo dei mezzi e nuovi interventi a sostegno del settore, mentre Confartigianato Trasporti avvertiva del rischio di una «paralisi totale della logistica».

Eppure, a restare negli occhi di molti, non è un tir fermo a un casello. È un ragazzino con la maschera di Spider-Man e il telefono in mano, in mezzo ai disordini di Milano. Un’immagine così fa il giro dei social in un pomeriggio; le ragioni di un presidio, in una settimana, arrivano a fatica.

Il meccanismo ha perfino un nome, protest paradigm, e non ha nulla del complotto. Joseph Chan e Chin-Chuan Lee lo individuarono nel 1984 nella stampa di Hong Kong, lo statunitense Douglas McLeod ne ha poi fissato i tratti. La piazza diventa un duello con la polizia e scompare il problema da cui era nata; chi protesta viene dipinto come un corpo estraneo alla «gente normale», com’era toccato agli hippy contro la guerra in Vietnam; il gesto violento di pochi copre la maggioranza che sfila in pace. Nel 2020 l’osservatorio ACLED contò negli Stati Uniti oltre 10.330 manifestazioni legate a Black Lives Matter: il 94 per cento senza violenze né danneggiamenti. Nell’immaginario mediatico sono rimasti soprattutto gli incendi.

Per chi protesta, scrive McLeod, è un vicolo cieco: per farsi notare è spinto a offrire qualcosa di drammatico, ma la copertura frammentata che ne segue dissolve le ragioni che lo avevano portato in strada. I camionisti hanno trovato un’altra uscita. Finché rallentavano il traffico se ne occupavano le cronache locali; sono arrivati in prima pagina quando hanno svuotato gli scaffali. Non è servita la violenza: è bastato che la protesta arrivasse dove nessuno poteva più ignorarla, nei serbatoi e nei carrelli della spesa.

Anche quando l’immagine è autentica, come quella di Spider-Man, resta una verità parziale. Il problema riguarda la selezione, più che il falso: si mostra la porzione di realtà che fa più rumore, quella capace di agganciare un’attenzione sempre più corta, e ciò che si mostra diventa ciò che si ricorda.

Riconoscere lo schema non significa negare i fatti. Sabato 17 ottobre il corteo di Italia in piazza, convocato sui social, ha portato a Milano circa cinquemila persone contro il carovita, il prezzo della benzina e la pressione fiscale. In via Broletto se ne sono staccati circa cinquecento giovani, senza una guida riconoscibile né una bandiera comune: bombe carta, sassi, vetrine rotte, un negozio di scarpe saccheggiato, piazza Duomo occupata. Domenica il corteo non c’era più, ma gruppi di giovani sono tornati in centro, e tra i bersagli sono finiti il Carrefour di via Torino e il Decathlon. Il bilancio della polizia parla di 271 persone accompagnate in questura, 220 delle quali minorenni, alcune di dodici o tredici anni.

Rispetto al passato, una novità c’è: oggi l’episodio lo producono spesso gli stessi protagonisti. Leonardo Bianchi, che studia mobilitazioni e culture digitali, descrive giovanissimi autoconvocati su TikTok che girano le scene per farle premiare dall’algoritmo, con maschere e costumi copiati da Francia, Spagna e Stati Uniti. Lunedì 19, a scontri finiti, una ragazzina mascherata ha raccontato all’Adnkronos di essere andata in piazza Duomo per finire nei video: «Volevamo solo apparire». Non aveva spaccato niente, a quanto dice; eppure perfino l’attesa degli scontri era diventata un palcoscenico. Il paradigma della protesta ha trovato chi lo recita in prima persona.

Sul profilo dei ragazzi la semplificazione non regge. Secondo la polizia molti sono di origine straniera, ma altrettanti sono italiani, arrivati dalle periferie, dall’hinterland e da altre province. Davanti alla questura i genitori si sono presentati in Suv, in treno, in metropolitana; tra i fermati di sabato c’era anche chi frequenta una scuola privata. La frattura che da anni provo a mostrare ai miei studenti corre tra la periferia e il centro più che tra italiani e stranieri. Il costo dell’abitare e la gentrificazione hanno contribuito ad allontanare molte famiglie dal centro, che è diventato una vetrina in cui tanti ragazzi entrano da ospiti, o da invasori. Uno di loro lo ha detto al Fatto Quotidiano senza giri di parole: le vetrine sembrano contare più di loro e del loro futuro. Il giorno dopo i saccheggi, in via Montenapoleone, Chanel ed Hermès hanno tenuto le serrande abbassate: per una volta, a barricarsi è stato il centro.

Sotto c’è un patto generazionale incrinato: per decenni si è chiesto ai giovani di pazientare in cambio di un futuro migliore, e oggi molti di loro quel futuro non riescono più a vederlo. Accanto alla rabbia c’è l’emulazione: si spacca perché lo fanno gli altri, perché qualcuno riprende, perché per un momento un gesto distruttivo sembra dare il riconoscimento che altrove manca.

In questi casi sul banco degli imputati finisce sempre la scuola: non sa contenere, non sa educare, non sa prevenire. Ho insegnato in quelle periferie, e chi accusa dovrebbe passarci una mattina: aule che sono vere polveriere, edifici in pieno degrado, docenti chiamati a insegnare, ascoltare, mediare e supplire a ciò che famiglie, servizi e istituzioni lasciano scoperto. Nessuna scuola, da sola, può rimettere insieme ciò che una società ha lasciato andare in pezzi. Don Giuseppe Como, vicario per l’educazione della diocesi di Milano, parla di ragazzi senza una famiglia solida né una comunità alle spalle, che si muovono «con una logica più di branco che di comunità». Il vuoto è anzitutto quello degli adulti che hanno smesso di fare gli adulti.

Sabato 17, in Francia, la mobilitazione nazionale è stata segnata da scontri e saccheggi in diverse città: secondo il bilancio del ministero dell’Interno diffuso il giorno dopo, 550mila persone in piazza, 2.397 fermati, 997 tra poliziotti e gendarmi feriti e un manifestante morto a Parigi per un arresto cardiaco. Lì, ha precisato il ministro, la grandissima parte dei fermati era maggiorenne; a Milano, tra gli accompagnati in questura, prevalevano i minorenni.

Oltralpe queste notti le conoscono da vent’anni, dalle banlieue del 2005 alla rivolta del 2023 seguita alla morte di Nahel Merzouk. La missione d’inchiesta dei ministeri dell’Interno e della Giustizia sui fatti del 2023 trovò ben poche rivendicazioni ideologiche tra i condannati: a muoverli erano soprattutto l’occasione e la spinta del gruppo. Nessuno può dire che la Francia sia il futuro di Milano, ma è un avvertimento su ciò che accade quando le fratture restano aperte troppo a lungo.

A Milano si temeva già il sabato successivo. Il governo aveva annunciato l’arrivo di 500 militari, i cui compiti avrebbero dovuto essere definiti da un nuovo decreto sicurezza atteso in Consiglio dei ministri la sera del 20 ottobre. Quello stesso giorno il sindaco Giuseppe Sala ha ammesso che, con piazze autoconvocate, la mobilitazione «potrebbe essere in qualunque momento». Le inchieste parlamentari francesi e britanniche sulle rivolte degli ultimi anni raccontano qualcosa di simile, con una sfumatura: in rete i segnali c’erano, ma leggerli in tempo, tra annunci veri e falsi allarmi, si è rivelato un altro mestiere. Lo stesso Sala, però, ha avvertito che non può essere solo un problema di repressione.

Per analizzare tutto questo con lucidità non occorre essere schierati. La politica, dal canto suo, ha fatto a gara per cavalcare l’onda: Giorgia Meloni ha avvertito che ogni reticenza sulle violenze diventa una giustificazione, il ministro Matteo Piantedosi se l’è presa con la «solita sinistra», dall’altra parte c’è chi ha visto soltanto il disagio e sui saccheggi ha sorvolato. Ciascuno ritaglia il pezzo che gli conviene, in un gioco delle parti vecchio come il mondo. Eppure le due cose stanno insieme: condannare un saccheggio non obbliga a ignorare le ragioni di una protesta, e comprenderle non significa assolvere chi ha saccheggiato.

Il 5 novembre 1792, alla Convenzione nazionale, Maximilien de Robespierre rispose a chi lo accusava per gli eccessi della piazza con una domanda: «Cittadini, volevate una rivoluzione senza rivoluzione?». Anche il Sessantotto prese forma nelle aule e nelle università, contro una scuola autoritaria e una società che ai figli sembrava non lasciare posto, e conobbe scontri durissimi; ma aveva assemblee, documenti, un lessico politico, avversari riconoscibili. Una rivolta, invece, non diventa rivoluzione per il solo fatto di essere violenta: nei saccheggi del Duomo non emerge un progetto politico comune, e l’avversario immediato è un cordone di polizia o lo scaffale di un supermercato. Resta la domanda su chi governa. Una classe dirigente incapace di rispondere alle istanze di chi protesta e, insieme, di garantire l’ordine perde la legittimità a guidare un Paese. Intanto pochi privilegiati continuano a galleggiare sulle speranze altrui.

Giorgio Gaber, in Qualcuno era comunista, ironizzava su una rivoluzione rimandata sempre a dopodomani. Oggi a rimandare sono gli adulti. Il 20 ottobre, con la Sicilia bloccata, il ministro Matteo Salvini e il viceministro Edoardo Rixi hanno annunciato alle associazioni dell’autotrasporto circa un miliardo di euro, a partire da 480 milioni di credito d’imposta che il ministero dichiarava disponibili da quel giorno, e hanno fissato al 27 ottobre un nuovo tavolo per verificare gli impegni: ci sono voluti i porti fermi perché quei fondi diventassero urgenti. Negli stessi giorni, su Instagram, una pagina appena nata, il Movimento 17 ottobre, provava a dare un nome alla rabbia annunciando una «mobilitazione permanente» ogni sabato alle 15. Se continueremo a guardare solo le vetrine rotte, chi protesta in modo pacifico rischia di trarne la lezione sbagliata: che per essere visti bisogna rompere qualcosa. Le vetrine si riparano. Le fratture che abbiamo imparato a non vedere, molto meno.

Damiano Santoriello

*Articolo scritto il 20 ottobre 2026: i fatti di cronaca sono riportati come risultavano in quella data.

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